Menhir del Sud delle Alpi archeologia rupestre in Svizzera

Archeologia rupestre Canton Ticino, Menhir, Cromlech nella Svizzera Italiana

Umbria celtica e la stele di Todi

Scavando per costruire le acciaierie a Terni nel 1884, fu una sorpresa scoprire tombe celtiche del Xsecolo a.C.

Nel 1905 uscì un giornale  in numero unico dove il Sig. Ubaldi Vittore scrisse un articolo “intorno agli scavi dell’acciaieria”,ai quali assistette di persona dicendo:

"… recentemente, procedendo per ragioni di edilizia industriale ad ulteriori scavi, si rinvennero preziosissime reliquie di monumenti che, a quanto si può desumere dalle falcette druidiche e dalla scure tradizionale che li caratterizza, apparterrebbero alla civiltà Celtica; e ciò tanto più sembra verosimile, in quanto tutti i frammenti recuperati in precedenza, presentano oltre ai suddetti emblemi, numerosi simboli di svastica Celtica."

L’Unione Liberale 1906

Un anno dopo sul settimanale “L’Unione Liberale” lo stesso argomento viene affrontato dal Prof. Giuseppe Bellucci che si interroga sulla veridicità delle dichiarazioni del direttore degli scavi prof. Lanzi in merito ai ritrovamenti della necropoli.

3) 4) 5) tombe a tumulo Milano

Riproduzioni delle tombe del sito di Golasecca tratte dal libro “ Arrivano i Celti “ del Civico Museo Archeologico di Arsago Seprio ( Milano ).

Sono state trovate migliaia di tombe caratterizzate dal rito esclusivo della cremazione. Nel periodo più antico talora erano inserite in recinti circolari “cromlec“ formati da ciottoli, spesso veniva costruito  un corridoio di accesso “allea”. Notare il menhir che sovrasta il tumulo – proiezione 4) e 5)

6) 7) tombe a tumulo Terni

Riproduzioni tratte dal libro Italia Artistica del Prof Luigi Lanzi pag. 14 indubbia la somiglianza con le tombe di Golasecca, da notare la fila di pietre  che partono dal tumulo posizionate est- ovest. L’autore asserisce di aver rinvenuto tra gli amuleti in bronzo anche il piccolo paalstab Celtico

(piccola scure?). Notare il menhir sul tumulo proiezione 7).

8) confronto

Ulteriore confronto va effettuato fra la tipologia della conservazione delle ceneri nelle urne di Golasecca proiezione 8 (in alto) ed il rito di sepoltura usato nelle tombe del sito delle Acciaierie di Terni (in basso).

9) reperti

 Ritrovamenti della necropoli preistorica tratto dal libro di Luigi Lanzi “Terni a città e dintorni”

10) culto del dio Sole

Sono del sito di Golasecca, la tipologia di diversa incinerazione, senza fossa ma con le ceneri del morto adagiate al centro del cerchio sono state rinvenute anche presso l’Acciaieria - vedi proiezione seguente 11) da notare anche la pietra con il simbolo solare da confrontare con la proiezione 12).

11) Pasqui e Lanzi

Tratto da “Scoperte dell’antica necropoli a Terni del Pasqui e Lanzi pag. 625.

Descrizione della tomba n° 2.

-… procedendo allo scoprimento del sepolcro, a mano a mano che si toglievano le pietre, la fossa rettangolare andava restringendosi verso il fondo. A m. 0.80 di profondità cessava il riempimento di sassi e fra la terra di infiltrazione si videro per tutto il fondo le ossa del cadavere in piccoli pezzi che erano stati evidentemente calcinati dal fuoco. Si aveva quindi un esempio rarissimo di seppellimento a cremazione, senza che i resti del cadavere fossero stati raccolti nell’urna, invece intenzionalmente disseminati per tutto quello spazio che avrebbe occupato il cadavere se fosse stato inumato in quella fossa.-

12) pietre a confronto

pietra con simbolo solare di Golasecca (sopra) e Terni (sotto)

13) Eneide libro VII  Virgilio

Fra i vari ricercatori (Carosi, Umbria Oriente del mondo pag. 12)c’e chi ha scomodato anche Virgilio, l’eroe Enea che, nel ritorno alla ricerca della casa natia, segue il suo viaggio giungendo in una valle in mezzo all’Italia dove c’è la famosa valle di Amsanto. Dalla descrizione sembra parlare proprio della valle  Ternana che ha temine nei pressi della Cascata delle Marmore. ( curiosità sulla stele di Todi, il cui antico nome era  Tular, che probabilmente significa confine , come Thule )

A memoria d’uomo tuttavia non si riusciva a sapere quale fosse la valle di Amsanto

14) Historia e pianta di Terni

Nel libro “Historia e pianta di Terni” del Giacomo Lauro anno 1637 pag.3 ritroviamo la valle di Amsanto citata presso la cascata delle Marmore.

Ciò per dire che molto è stato distrutto e cancellato dalla memoria storica di questa città, infatti questo libro fu ritrovato nella biblioteca di un’università estera.

Nota : Il libro "Historia e pianta di Terni" del Giacomo Lauro anno 1637, non era trovabile in Italia per la semplice ragione che era considerato poribito, come risulta dal

Index librorum prohibitorum sanctissimi domini nostri Pii septimi pontifieis

 

15) le traduzioni

Da questo dizionario Gallese, uno studioso locale ha comparato molte parole del dialetto ternano con parole del gallese.

16) la sorpresa

Wales- Cymru ossia Cumru è l’antico nome del Galles e  sentir parlare una anziana donna dal Galles in antico dialetto ternano è stata una vera sorpresa.

17) comparazione lingua

confronto di alcune parole gallesi e ternane.

19) stele di Todi

tutto ciò che è stato fino ad ora detto è solamente una ricerca effettuata sulla carta, di certo quello che è tangibile e certo è questa ed altre steli che comprovano la presenza Celtica solamente dal II secolo a.C.

dal sito

 

L'Umbria, è una regione fortemente legata al "popolo della quercia" come dimostrato anche dalla forte somiglianza tra il dialetto umbro e la lingua dei Celti, che oggi ritroviamo pressoche’ intatta nel gaelico. Per esempio l’articolo "Il" e’ pronunciato sia in ternano che in gaelico come "LU" , oppure pensiamo alla frase " U PORCHELL GUAEL" che significa "il porcello e’ malato" in gaelico e che in ternano si pronuncia come " LU PORCELLU GUAJI". E cosi’ tante altre similitudini, che sono ASUN , MUL , Gapr , rispettivamente l’ asino, il Mulo e la Capra. Ebbene , da molto tempo il prof. Farinacci , fondatore di una associazione che ha per scopo il dimostrare l’origine celtica delle popolazioni e tradizioni locali , ha cercato di far capire come profonde sono state le influenze celtiche nella regione. Gli indizi sono molteplici, come , per esempio, il tempio solare presente a Monte Spergolate , vicino Strocone . A Torre Alta e’ presente, per esempio, un osservatorio astronomico costituito da una roccia isolata, quasi a forma di Menhir, in cima alla quale era scavata una vaschetta quadrangolare tenuta sempre piena d’acqua, così da farvi specchiare le varie costellazioni.

 Ogni anno, alla mezzanotte del 24 Giugno, puntualmente si specchiava l’Orsa Maggiore; quando questa era perfettamente a perpendicolo con la vaschetta, il che indicava l’inizio del solstizio d’estate, si accendeva un grande fuoco che veniva avvistato nell’altro osservatorio sui monti di Stroncone, da dove veniva acceso un altro fuoco così da segnalare a catena il fatidico momento a tutta la zona della bassa Umbria. Avevano così inizio i festeggiamenti dell’estate con i riti notturni propiziatori.

In tutta la regione sono poi presenti mura "poligonali", come a Cesi o alla stessa Spoleto , antecedenti alla cultura romana e che caratterizzano fortemente culture e popoli legati alla "terra" , e che ritroviamo , poi, anche nel Lazio, spesso attribuiti al mitico popolo dei Pelasgi. A Cesi, cittadina di origine Umbra, il professor Farinacci avrebbe individuato la cosidetta "pietra runica di Cesi" , una pietra che reca diversi segni runici e ritrovata nel sito che lui stesso definisce "santuario del culto fallico" , culto dl quale ritroveremo indizi celati anche a Carsulae.

La presenza di segni runici, il linguaggio dei Druidi , non e’ poi cosi’ rara in italia, sembrerebbe che anche nel santuario di San Michele sul Gargano, siano presenti alcuni di questi strani simboli. Torniamo in Umbria e in particolare a Carsulae e al suo culto del priapos, che ricorda da vicino antichi riti di fertilita’ legati alla divinita’ solare che, metaforicamente ,con i suoi raggi trasformati in pietra , i menhir, andava a render fertile la Madre Terra. . Il menhir sarebbe composto da un cilindro in base, e fu poi "censurato" nell’aspetto dai romani che sostituirono in capo un cono. Conferma di questi riti di fertilita’ che si avevano nella zona sarebbe la presenza di strani simboli sotto il menhir che , come afferma lo stesso Prof. Farinelli, rappresenterebbero i segni zodiacali, e il cosi detto "fiore della vita", appunto simbolo di fertilita’, posizionato verso oriente, ove nasce il sole, l’elemento maschile che rende fertile, tramite il "Priapos" l’elemento femminile: la terra. Il santuario del culto fallico sarebbe ove si trova la chiesa di San Damiano , era qui che gli iniziandi venivano portati per il sacrificio rituale ed e’ qui che e’ ancor visibile una "pietra sacrificale" , ove , appunto, verosimilmente venivano effettuate le offerte alle divinita’!

Il culto del Priapos , fu dunque fortemente osteggiato dalla Chiesa romana , che , come dice lo stesso prof. Farinacci , censurava qualunque notizia di luoghi o culti pagani affinche’ essi fossero definitivamente abbandonati. E’ per questo motivo che poco si sa e si conosce dell’antica tradizione celtica a Carsulae. Del resto anche in un altro documento abbiamo parlato di come la chiesa cercava in ogni modo di far dimenticare agli uomini il culto delle foreste!

In particolare in Umbria, questo compito risulto’ particolarmente complesso anche grazie alla presenza dei Longobardi del Ducato di Spoleto, sempre pronti ad intervenire per bloccare sul nascere ogni tentativo di distruggere la loro capitale religiosa e polo di attrazione della cultura celtica italiana. L’importanza dei longobardi nel mantenere le tradizioni celtiche e’ evidentemente importante, saranno infatti costoro che , in tutta Italia e in particolare anche i Puglia, regione abbastanza lontana dalle tradizioni celtiche si conserveranno le "memorie" di questo antico popolo, come accennavamo precedentemente per i Falo’ e le iscrizioni runiche a Monte Sant’Angelo.

Tra le varie "tracce" celtiche presenti nel sito e’ quella del mosaico con le svastiche e il nodo gordiano che faceva parte del complesso di edifici del Santuario del Culto Fallico, su cui fu poi costruita la chiesetta dei santi Cosma e Damiano e il mosaico presento ora nel Museo Civico di Spoleto. Nel mosaico sarebbe rappresentato un uomo che porta un bastone con in cima una grande scacchiera e che mentre cammina orina! L’uomo del mosaico sarebbe sicuramente un Druido, l’atto di "orinare" rappresenterebbe un antico rito magico per la preparazione dell’"Acqua Santa" , preparata mescolando appunto l’orina all’acqua. La scacchiera , oltre ad essere un importante simbolo tellurico , di cui abbiam gia’ parlato in un altro documento ( re Artu’ e la stirpe dei sacerdoti) rappresenterebbe l’insieme delle tribu’ celtiche che facevano appunto capo a Carsulae.

Carsulae sarebbe cosi’ un luogo con forti valenze magiche ed energetiche, sarebbe anche presente l’ingresso per il regno dei morti , quello che oggi e’ chiamato l’arco di San Damiano, ma che in realta’ sarebbe la porta di Saman. Il 2 novembre vi era la tradizione che , nel congiungimento tra vivi e morti, la gente si stendeva per i campi e beveva idromele e si cibava con fave lessate, usanza ancora in uso in Umbria. Molte altre sarebbero gli esempi che si posson portare a testimonianza delle "celticita’" dei luoghi umbri, per concludere il nostro discorso volevo solo portare all’attenzione un particolare sito: la chiesa di San’Ansano a Spoleto. Ebbene questa chiesa presenta una interessantissima cripta, alcuni dicono di origine romana , ma potrebbe esser molto piu’ antica. La cripta e’ dedicata a San Isacco .Questo personaggio e’ abbastanza enigmatico, il santo proveniva dalla Siria e visse attorno al V secolo visse come eremita nei boschi di quella localita’ che oggi viene chiamata Monteluco , luogo rivestito di un fitto bosco di elci e che doveva esser sacro fin dall’antichita’ dato il fatto che "lucus" significa "bosco sacro". Tutt’attorno a Sant’ Isacco , la copia del cui sepolcro e’ custodita all’interno della chiesa, sorsero una serie di leggende e tradizioni , rapidamente si creo’ una laura di anaconeti disseminati per tutta la montagna. Ebbene la figura di sant’Isacco, molto prossima a quella dei sacerdoti druidi che avevano il loro tempio nei boschi, ha un forte legame con le forze naturali, infatti tra i vari affreschi della cripta , ne e’ presente uno in particolare che rappresenta San Isacco che "doma" il Caprone ,  proprio simbolo di vittoria del santo sulle forze naturali, non pero’ come l’uomo che le sconfigge, bensi’ l’uomo che impara ad usarle e le rispetta!

http://www.acam.it/celti.htm

Nella foto in alto tronco di quercia votiva a Poggiodomo in Valnerina 

Nella Foto Campanile di Sant'eustizio a Preci in Valnerina dal sito

http://scienzeinumbria.blogspot.com/

Norici - Leponti - Norcia

Secondo Plinio anche i Norici eranoTaurisci , Strabone affermaanche che i Norici erano di Nazione Retica, quindi anche i Reti sono Taurisci, dunque che discendono dal Monte, dato che in lingua asiatica Tau significa monte

 Pag.111

 I salassi, insieme ai Leponzi, furono da Catone considerati Taurisci , popol di origine Celtica attineneti ai Norici , che Polibio  situò fra le Alpi ( pag 246)

 

 

Carsulae


SANGEMINI - Le vestigia romane dell'antica città di Carsulae, a breve distanza dalla cittadina di Sangemini (Terni), sarebbero marcate – secondo alcune fonti – da chiare impronte della cultura celtica, a testimonianza di una derivazione della popolazione umbra da questo arcano e affascinante popolo, le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Fondata nel III secolo A.C. lungo l'antico tracciato della via Flaminia, Carsulae è il più spettacolare fra i siti archeologici dell'Umbria. E forse quello che cela ancora più misteri da svelare.
I MISTERI DI CARSULAE - Storici illustri come Plinio il Giovane e Tacito ricordano Carsulae in merito allo splendido scenario naturale che la incornicia, adagiata su un fertile altopiano che spazia sul profilo meridionale della catena martana. I monumenti, le complesse strutture edilizie e le iscrizioni, riportati alla luce nel corso delle campagne di scavi effettuate principalmente fra il 1951 ed il 1972, delineano una città fiorente, commercialmente e politicamente attiva, sviluppatasi probabilmente grazie all'apertura della grande via consolare che collegava Roma al Mare Adriatico, e suscitano l'immagine di un importante centro di aggregazione per i popoli preromani, residenti fin dalla media età del bronzo nelle colline e nelle campagne circostanti.
Ma ad un certo punto Carsulae venne abbandonata. E mai più ricostruita. E se alla sua sostanziale integrità architettonica – inalterata da sovrapposizioni di culture successive – si deve l'importanza archeologica del sito, resta ancora da chiarire il motivo per cui venne lasciata dai suoi abitanti. Fra le cause più probabili sono stati menzionati fenomeni naturali, come terremoti e bradisismi, i cui segni sarebbero ancora parzialmente visibili fra le rovine, e ragioni economico-logistiche (il ramo della Flaminia su cui sorgeva la città sarebbe stato dismesso in favore della variante lungo la pianura spoletina), ma le indicazioni e le fonti storiche al riguardo sono scarse. Come restano fortemente lacunosi i documenti nel contesto della finalità dell'insediamento. Che ruolo ebbe effettivamente la città di Carsulae? I templi gemelli, la basilica absidata a tre navate, il foro con le statue onorarie della famiglia giulio-claudia e le terme impreziosite da mosaici pavimentali finemente lavorati, oltre ad un quartiere interamente dedicato agli spettacoli e con un suggestivo anfiteatro costruito su una dolina, suggerirebbero l'affermazione della città sotto ogni aspetto dell'architettura sociale del tempo. Ma perché la funzione finale e più intrinseca della città non emerge chiaramente dalle cronache? In realtà le ipotesi suggerite sono molte, fra le quali quella che Carsulae sia stata una città per lo svago ed il relax delle legioni che tornavano a Roma dopo le campagne vittoriose nel Nord Europa. I soldati dovevano scontare una sorta di quarantena prima di entrare nell’Urbe, per evitare il rischio di contagiare con malattie di “importazione” la popolazione della capitale dell’impero. Carsulae, grazie alle acque medicamentose delle sorgenti di Sangemini e al suo clima salubre, poteva rappresentare il luogo ideale dove far attendere gli impazienti legionari, che nel frattempo potevano rilassarsi e rimettersi in forma.
LA CARSULAE CELTICA - E se invece lo scopo primario di Carsulae fosse stato del tutto diverso? Alcune ricerche indicherebbero infatti che la città potrebbe essere stata edificata per onorare culti pagani di origine celtica. Il principale fautore di questa linea di pensiero è stato il professor Manlio Farinacci, studioso ternano che dedicò gran parte della propria vita all'instancabile ricerca di prove e correlazioni che potessero avvalorare le sue teorie sulle origini celtiche delle popolazioni preromane di Terni e di una vasta zona umbro-sabina. Carsulae sarebbe stato uno dei maggiori centri di culto pagano dell'Italia centrale, una sorta di Stonehenge italiana costruita con i criteri dell'architettura romana, ma con concezioni e finalità chiaramente celto-pagane. Secondo quanto si legge nelle numerose pubblicazioni del professore, gli indizi a favore di questa tesi sarebbero innumerevoli. I nodi gordiani e le croci uncinate (simili alle svastiche, ma con i bracci orientati in senso opposto) raffigurati sui pavimenti a mosaico rinvenuti a Carsulae, i bassorilievi illustranti le fasi dei riti dei culti celtici e la cosiddetta Pietra Runica di Cesi, rappresenterebbero solo una parte delle prove utili a rivoluzionare le indagini storiografiche dell'Umbria meridionale. Secondo Farinacci, a Carsuale si troverebbe anche un Menhir Fallico, una costruzione formata da una pietra di forma quadrangolare sovrastata da un cilindro con l'estremità superiore conica dalla funzione del tutto particolare: captare gli influssi celesti. La simbologia scolpita sotto al cornicione del cilindro, rappresenterebbe le varie costellazioni che – partendo dal “Fiore della Vita”, simbolo di fertilità - si ricongiungono ad esso dopo un percorso circolare illustrato da tutti i segni dello zodiaco.

RITI PROPIZIATORI E TRADIZIONI PERSISTENTI - La presenza di una specie di osservatorio astronomico sul Monte Torre Maggiore (la vetta più alta dei Martani, che domina tutta la conca ternana) avvalorerebbe le ipotesi del culto celtico della nascita, e gli interessi astronomici dimostrati dalle antiche popolazioni dell'area. L'osservatorio è costituito da una roccia isolata (quasi un Menhir), in cima alla quale è ancora presente una vaschetta quadrangolare, scavata allo scopo di mantenerla sempre piena d'acqua, in modo da farvi specchiare le varie costellazioni. Ogni anno, alla mezzanotte del 24 Giugno, l'Orsa Maggiore si trova perfettamente a perpendicolo con la vaschetta, indicando il solstizio d'estate. In questa occasione i sacerdoti celti avrebbero acceso un grande fuoco per avvisare un altro osservatorio – situato sui monti di Stroncone – e tutta la popolazione della vallata dell'inizio dei riti propiziatori per il festeggiamento dell'estate. Ancora oggi, a Cesi ed in altri paesi dell'Umbria, è tradizione nella notte di San Giovanni (24 Giugno) mettere fuori dalla finestra una bacinella d'acqua con erbe aromatiche colte la sera stessa. La mattina dopo, quest'acqua in cui si sono specchiate le stelle di una notte molto speciale, viene utilizziata per lavare il viso, come in una piccola cerimonia di purificazione.
L'impronta celtica sulla cultura umbra non sarebbe inoltre riscontrabile soltanto nei resti di edifici e costruzioni, essendo ancora percepibile nei toponimi di molte località - l'etimologia di Appennini e Monte Pennino deriverebbero dal dio Penn (antica divinità celtica) -, nelle espressioni dialettali ancora oggi in uso e persino nei nomi di persona (Mingarda, Rumirda e Villermu sono solo alcuni esempi di nomi di origine sassone reinterpretati dal dialetto locale).
Daniela Querci (da: il Corriere dell'Umbria - 11/08/2008)

Che gli Umbri fossero di stirpe celtica (e ci si perdoni questo inciso) è attestato & sia pur "freudianamente" anche da Livio il quale nel cap. 41 del libro IX, qui in precedenza parzialmente riassunto, c'informa, nel parlare delle minacce umbre di marciare su Roma, che Nec Romae spernebatur Umbrorum bellum: et ipsae minae metum fecerant expertis gallica clade ­("nè a Roma era disprezzata la guerra umbra: anche le sole minacce avevano fatto paura a quelli che avevano sperimentato la sconfitta subita ad opera dei Galli''). Lo storico letto, come suoi dirsi, tra le righe dice, in sostanza, la stessa cosa allorchè, nel capitolo 26 del libro X, narrando la sconfitta inflitta ai Romani presso "Clusium" (ma quale Clusium? ved. quanto scritto sopra al riguardo) dai Galli Sènoni, c'informa che, secondo alcuni studiosi dell'epoca, la sconfitta medesima venne invece inflitta dagli Umbri.

 

studi  pag 622

 

Virgilio celtico dell'Umbria

The text of the Aeneid that we have, is a draft version, and contains faults which Virgil was planning to correct before publication:-

Verses which are not a complete line of dactylic hexameter.

Future tenses made by adding -s-, for example faxo for faciam. That form is not valid Latin, but is common in Greek and in Osco-Umbrian; it could be that Virgil could speak Osco-Umbrian, at least, well enough to communicate with his farm workers.

Oltre a questo sembra che il Monte Eolo, si proprio il Monte di Cesi  (pag.104)

Norcia (?)

Aeternitas  ( Divinità preromana)http://books.google.com/books?id=O80pAAAAYAAJ&pg=PA96&dq=diva+aeternitas&lr=&as_brr=1&cd=26#v=onepage&q=diva%20aeternitas&f=false

 

 

 Amiternum

Marrubium

Per gli antichi il Marrubium era una pianta preziosa. Qualcuno diceva che il nome era dovuto a Maria Urbs,  ( antico villaggio nell'Italia centrale), altri dicono che il nome è di derivazione ebraica Marrob ( succo amaro). Di certo, per gli egiziani era chiamata i semi di Horus , o occhio delle stelle. La sua funzione principale era di antidoto contro gli avvelenamenti ,  o l'abuso di erbe magiche. Non lontano dai monti della Sibilla, si trova l'antico villaggio di Marrubium (oggi SanBenedetto dei Marsi).

 

Marrubium

I Marsi Osco Umbri  ( il cui nome è di origine sacra) erano, come tutti gli Italici, politeisti; come i Peligni, adoravano i Dioscuri (Iovies Pucleis in marso).Godevano fama di maghi e stregoni,Si dice infatti che fossero particolarmente dediti alle arti magiche. Guarivano ferite e malattie con piante officinali dei Monti circostanti ed erano incantatori di serpenti, riuscendo anche a guarire i morsi con impacchi di erbe misteriose ( probabilmente il Marrubium) e parole magiche.


Marrubium ( pag 369)

Umri Leponti e Equi o Equicoli e Marsi ( appunti)

 Equi ....equus tuticus ( confine con Abruzzo)

link

Da Terni, chiamata anche Antemnae o anche Ante Amnen, dove c'era la grande necropoli Amsanto, dove ora sorge l'acciaieria, s'apriva verso la Valnerina e verso Rieti. Nella zona si erano probabilmente rifugiati gli Equicoli ( Leponzi ? )che arrivarano fino alle Valle del Salto, per evitare di essere sterminati dai romani. 

Anche Virgilio parla di loro :

  • Et te montosae misere in proelia Nersae / Ufens, insignem fama et felicibus armis; / horrida praecipue cui gens adsuetaque multo / venatu nemorum, duris Aequicula glaebis: /armati terram exercent semperque recentis / convectare iuvat praedas et vivere rapto.

    • Anche te alle battaglie la montuosa Nerse mndò, \Ufente, bello di fama e d' armi invincibili : \aspro su tutti il tuo popolo, avvezzo alle lunghe \ cacce nei boschi : gli Equicoli, che zolla han durissima. \ Armati lavoran la terra, e sempre ogni giorno \ armano radunar nuove prede e viver di furto (Trad. R.Calzecchi Onesti).

Ferter Resius / rex Aequeicolus / is preimus / ius fetiale paravit / inde p(opulus), R(omanus) discipleinam excepit.
(Ferter Resius / re equicolo / egli per primo / predispose il diritto dei feziali / in seguito il popolo romano (ne) apprese la disciplina.)








Erano chiamati i guerrieri di Montagna

L'area cicolana è caratterizzata dalla presenza di numerosi santuari pagani che spesso sembrano assumere, oltre alla funzione religiosa, anche un ruolo aggregativo a livello politico-sociale e costituire importanti nodi di scambio commerciale.
    Questi santuari, per lo più di natura rurale, hanno goduto di particolare vitalità anche grazie al permanere della loro funzione di fiere e mercati in occasione di eventi religiosi ed alloro collocarsi in corrispondenza delle tappe dei percorsi di transumanza. Frequentemente i santuari in questione si trovano su terrazzamenti i cui imponenti resti in opera poligonale sono ancora oggi visibili; spesso su questi stessi terrazzamenti, in epoche posteriori, si sono impiantati luoghi di culto cristiani, come nel caso della chiesa di S. Mauro in Fano, nel Comune di Borgorose, che si erge su alcuni blocchi in pietra parallelepipedi riferibili ad una struttura anteriore relativa ad un luogo di culto. Anche la chiesa di S. Giovanni in Leopardis risulta costruita su strutture in opera poligonale, così come quella di S. Maria delle Grazie, sorta probabilmente sui ruderi di una villa romana. Sempre nel Comune di Borgorose, in località S. Anatolia, si trovano i resti della cosiddetta Ara della Turchetta. Si tratta di un complesso costituito da un'ampia terrazza con sostruzioni in opera poligonale, identificato con l'oracolo di Marte menzionato da Dionigi di Alicarnasso.
    Ancora nel territorio comunale di Borgorose, presso la piana di Corvara, in località S. Erasmo, si trovavano due basamenti, identificati come edifici templari, tra i quali fu rinvenuto un deposito votivo oggi conservato al Museo Nazionale Romano.
Nel comune di Fiamignano, nel cui territorio si è supposto si trovasse l'antica Vesbula menzionata da Dionigi di Alicarnasso, presso il monte Aquilente si trovano alcune strutture in opera poligonale, identificabili come luogo di culto. In particolare si conservano due muri laterali e parte di un muro frontale. La cella del tempio venne inglobata dalla costruzione della chiesa di S. Angelo in Cacumine Montis. Sempre nel comune di Fiamignano, a Marmosedio, si trovano i resti di un muro di terrazzamento in opera poligonale, identificato come santuario, sul quale oggi sorge la chiesa di S. Lorenzo in Fano.
    Nel Comune di Pescorocchiano, alle pendi ci del monte Fratta, in località Alzano si trovano i resti di un ampio complesso caratterizzato da quattro terrazza menti in opera poligonale nel secondo dei quali è inserita una cella circolare sotterranea denominata grotta del Cavaliere. Questa imponente struttura fu identificata in passato come la sede dell'antico tempio di Marte, sito da Dionigi di Alicarnasso nel territorio di Suna. Il rinvenimento nel 1983 di una piccola base votiva con iscrizione di dedica ad una divinità non facilmente definibile, databile al I sec. a.C., ha permesso la sua certa identificazione in quanto luogo di culto. Il manufatto si conserva oggi nel piccolo museo annesso al Monastero delle Clarisse di Borgo S. Pietro.
    Si ricorda, infine, sempre nel Comune di Pescorocchiano, il Santuario di Civitella, unico ad essere stato recentemente oggetto di indagini archeologiche ad opera della Soprintendenza. Sulla cella del tempio, costituita da un basamento di blocchi accostati largo 6 metri, si è impostata in epoca posteriore la chiesetta di S. Angelo.

Nera ( Niers) - Nersae ( Neersen) Am acqua  ( amalgamare, ampolla, ammollo, amaro, ( marob)

Appunti feste celtiche ( il maggio )

Da tempo immemorabile, la sagra del Maggio"dedicata al patrono San Giuliano, è celebrata ad Accettura in occasione della Pentecoste, essendo però inglobata in un arco temporale ben più ampio.
La scelta del "Maggio" e della "Cima", infatti, avviene rispettivamente la prima e la seconda domenica dopo Pasqua, mentre il taglio del "Maggio" avviene il giorno dell'Ascensione.
La festa di Accettura si presenta nulla più complessa dell'unione tra due piante, una di alto fusto, simbolicamente di sesso maschile, e l'altra di agrifoglio, altrettanto simbolicamente di sesso femminile abbattute la prima nel bosco di Montepiano e trasportata in paese con l'ausilio di oltre 50 coppie di buoi di razza podolica, allevati dai contadini accetturesi esclusivamente per la festa, la seconda nella foresta di Gallipoli Cognato trasportata a spalle per 15 chilometri da ragazzi, l'uno e l'altro corteo accompagnati da cortei processionali con la ritmica di suoni e canti.
Durante la sosta dei rispettivi cortei gli accetturesi tirano fuori da capienti sacche tutto il meglio della tradizione culinaria del posto, da salsicce a sopressate a fumanti ricotte, caciocavalli e tanto ma tanto buon vino. Fino all'arrivo in paese nel tardo pomeriggio, quando i due cortei festosi si incontrano e inizia la vera festa di popolo con il compimento del matrimonio.
Nei giorni successivi seguono le operazioni culminanti dell'innesto, dell'erezione e della scalata del "Maggio", secondo uno schema classico che contraddistingue la festa dalle altre feste degli altri paesi.
La festa di Accettura rappresenta pertanto un modello complesso e significativo dei culti arborei, che dimostrano di possedere ancora, spesso nel loro rapporto fondamentale con le celebrazioni messe in atto per il santo patrono, una rilevante vitalità e una grande forza di attrazione e coinvolgimento per la loro spettacolarità e per le emozioni che riescono a comunicare.
Il "Maggio" di San Giuliano rappresenta l'esempio più noto di culto arboreo in un'area quella calabro/lucana dove di simili riti se ne svolgono molti.
Rispetto alle altre feste della stessa categoria, il "Maggio" di San Giuliano presenta da una parte una superiore compattezza e organicità, dall'altra maggiori elementi di coralità e un livello di partecipazione più intenso e coinvolgente..
Chi partecipa alla festa assiste a qualcosa di davvero magico. Numerosi studi sulla festa sono stati compiuti, più di tutti dal noto antropologo Giovanni Battista Bronzini, recentemente scomparso il quale dedicò molto lavoro alla festa e anche un libro: "Accettura, il Contadino l'Albero e il Santo", egli definì la festa nella compattezza dei suoi elementi un " Unicum a livello Europeo".
http://www.ilmaggiodiaccettura.it/ 

Tra le usanze più sentite c'era quella del voto, che si svolgeva intorno all'albero: in un dato periodo dell'anno si uccideva un animale bovino o ovino e si appendeva il cuoio ancora caldo all'albero; a turno i cavalieri si lanciavano al galoppo e, giunti al limite stabilito, ritornavano verso l'albero, prendevano un brandello del cuoio appeso, con le mani o con la spada, e lo mangiavano, esprimendo un voto. Questa usanza aveva il merito di rinsaldare i vincoli tra i cavalieri longobardi ma aveva anche carattere magico-sacrale.
Dopo qualche giorno il basileus Costante II tolse l'assedio e i Longobardi si convertirono al cattolicesimo e abbatterono l'albero del voto.
Con grande probabilità i Longobardi piantarono ogni anno, in ricordo, un albero per ricordare la salvezza operata nei loro riguardi da parte della Madonna, trasformando l’albero del voto in segno di fede e di devozione verso la Madre di Dio.
Questa ipotesi viene confermata dal fatto che il re Liutprando, nel 727, dovette intervenire con una ordinanza perché in qualche parte del suo regno si continuava a rifare il “rito dell’albero” come avevano fatto i loro antenati.
Accettura, di origine longobarda, può aver assimilato tale rito già cristianizzato, perché dedicato alla Madonna e, dopo qualche tempo, lo ha dedicato, come negli altri paesi, al santo protettore.

Maggio a Porchia ( Marche)


In Toscana, Umbria, Emilia-Romagna, Lombardia e Basilicata, per uno o più giorni si svolgono riti diversi secondo le consuetudini locali.
Da noi, nel piceno, la tradizione vuole che si dia il benvenuto alla primavera, piantando il “Maggio”. L’albero simbolo della vita, l’asse di collegamento spirituale tra la terra e il cielo, auspicio di fertilità e rinascita.

La funzione magico-propiziatoria si svolge nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio, ma i preparativi hanno luogo molte ore prima. Infatti deve essere scelto un albero molto alto, in particolare un pioppo, che cresce lungo i corsi d’acqua, dritto e robusto, che deve essere abbattuto e sfrondato dei rami più bassi, lasciando integra solo la cima.

E’ senza dubbio l’evento annuale più importante per Porchia, piccolo paese del piceno, posto in prossimità delle sorgenti del torrente Menocchia, con pochi abitanti nel centro storico, ma molto popolato nella campagna circostante, che vuole mantenere viva questa antica tradizione.

La voglia di stare insieme, di partecipare con grande vitalità ad una gara di forza e abilità, è una occasione davvero magica che viene vissuta intensamente.

Uomini giovani e meno giovani, secondo uno schema  ormai consolidato negli anni, nel pomeriggio del 30 aprile si recano con un camion (un tempo su un carro trainato da buoi) nel vicino bosco.

Con non poche difficoltà viene caricato sul mezzo di trasporto un pioppo sano e maestoso,legato saldamente e trasferito con prudenza e massima sorveglianza (per la considerevole lunghezza del fusto) in paese.

In precedenza si era scavata, in prossimità della Piazza del mercato, una profonda buca predisposta con uno scivolo per facilitare l’inserimento del tronco.

Portare in paese un enorme albero rappresenta di per sé una gioia e dà soddisfazione ai partecipanti, ma l’operazione più difficile e faticosa deve ancora cominciare.

Nel rito propiziatorio arboreo, trasportare al villaggio un grande albero è un modo di portare nella propria casa fertilità e vitalità e trasmetterla alla gente.

A notte inoltrata, iniziano le fasi preparative per l’erezione della pianta di alto fusto, (simbolicamente di sesso maschile) che consistono nel legare lunghe e robuste corde a varie altezze del tronco e nel fissare un drappo rosso sulla cima. (simbolo caro ai lavoratori di tutto il mondo)

Quando tutto è predisposto, varie squadre di uomini prendono in mano le corde e iniziano a issare l’albero, altri con lunghe scale aiutano il sollevamento puntellando il tronco. Operazione alquanto lunga, complessa e dispendiosa di energie, ma con la forza di volontà e l’incitamento della gente presente si riesce sempre a piantare il fusto nella buca.

Riempito prontamente di terra lo spazio circostante il tronco, il “Maggio” è al sicuro ed è possibile sciogliere le corde che lo tenevano legato.

I fuochi d’artificio concludono felicemente la prova di forza e di maestria; vengono distribuiti a tutti i partecipanti panini, bibite e buon vino.

La sfida è terminata, lo spettacolo indimenticabile, con l’atmosfera d’altri tempi, rimarrà in ognuno con l’augurio che la stagione in arrivo porti tanta salute e abbondanza di raccolti a tutta la comunità.

Il caso, unico in tutto il Roero, è il rito del piantare il Maggio, tradizione pre-cristiana che la frazione di San Rocco ha saputo mantenere intatta negli anni, conservando una memoria storica da considerarsi importante patrimonio culturale per la collettività.

Preparazione e innalzamento del Palo del Maggio al centro della piazza. L’albero del Maggio è simbolico auspicio di fertilità e intende propiziare una buona annata agricola presso la comunità. 

Arrivo della questua femminile che intona le strofe del Cantè Magg portando in processione l’”erburin, un arbusto colorato di nastri e fiori da cui pende una bambola di stoffa, rappresentazione antropomorfa del dio della vegetazione.” Musica e balli intorno al Maggio

 "piantare il maggio"

A Maju rajjanu j’asini! – dicono a Roviano. Il mese di Maggio è quello in cui nel mondo animale davvero è intensa la voglia di accoppiarsi. Il richiamo delle femmine si fa forte e il maschio raglia, si agita, rompe la capezza, scalcia, morde. Chi non ricorda una certa morbosa curiosità da ragazzi, quando la nostra valle ancora era popolata da questi equini? E lo stupore che ci rapiva alla visione degli assalti irrefrenabili e impudichi degli asini? Maggio è il mese più della stagione primaverile, quindi della rinascita, della fecondità, della vita. In questo mese, e particolarmente nei primi giorni, le più anziane con ironica malizia chiedevano ai giovanotti: - Ju si piandatu Maju? Volevano sapere, cioè, se s’erano accoppiati con le giovani mogli e se avevano fatto il loro dovere di maschi.

Era così profondo il legame tra Maggio e tutto ciò che attiene alla sfera sessuale che persino un piccolo, semplice strumento agricolo di legno quale ju pizzucu o pizzutu, come si dice a Subiaco, per com’era fatto e dal modo come veniva usato (chiari i riferimenti alla simbologia dell’aratro che penetra la terra) era sempre associato al sopracitato detto del piantare il maggio

In Italia e in molti centri del Lazio (Pàstena, con L’Abbusso) o del vicino Abruzzo (Tornimparte, con Ju Calènne) resistono ancora riti e tradizioni legati al “Calendimaggio”: piantare l’albero nella piazza del paese per propiziare prosperità a tutto il villaggio, eseguire canti e serenate, collocare ghirlande di fiori alle finestre delle ragazze da marito.

Anche nella Valle dell’Aniene, fino alla seconda guerra mondiale, c’era quest’usanza di festeggiare l’arrivo di Maggio con  l’offerta di mazzi di scocciapigne (ciclamini) alle ragazze e di adornare con ghirlande di bosso e fiori di campo gli altarini della Madonna nei vicoli del centro storico, dove le giovani gareggiavano di sera, alla luce tremula dei lumini, a chi eseguiva canti più belli alla Vergine. Prima dell’Ascensione, poi, al mattino presto in tutti i paesi si tenevano per diversi giorni le “Rogazziuni”: lunghe processioni che raggiungevano i confini dell’abitato per la benedizione dei campi e durante le quali i contadini, recanti un giglio in mano, pregavano per scongiurare la grandine e propiziarsi buoni raccolti.

Da molti anni, al primo di Maggio si fa “Il Maggetto” e in tutti i paesi della Valle ha preso piede la moda di consumare fave e pecorino in campagna o all’osteria, come a Camerata Nuova. Ci sono anziani, però, che a Roviano ripetono un rito arcaico e che si riscontra solo a Paganico Sabino. Ora, per divertire i nipotini, si fa quasi nascostamente, ma in passato, ci si riuniva con il vicinato e ci si divertiva ad esorcizzare la morte giocando a fare a “S. Filippu e Jacu” (questi due santi, un tempo, si ricordavano il primo di maggio) con il gheriglio della noce gettato dentro un bicchiere di vino. Prima, però, si doveva recitare questa cantilena: “San Filippu e Jacu, / la prima dì de maju, / se mm’ha da murì / ammonde ‘n ge renì, / se ha da cambà / ammonde no’ tardà”. Se tornava a galla, vinceva la vita e la prosperità, se restava in fondo, trionfava la morte e la sventura.

 

IL PIANTAR MAGGIO

Era antica usanza rurale che, la notte della vigilia del primo giorno di maggio, molti giovani, ragazzi e ragazze insieme, uscissero in campagna, o nel bosco, per andare alla ricerca del mazu, l’albero da tagliare e portare in paese; lo si innalzerà e gli si ballerà attorno durante tutta la giornata successiva.1

Anche i giovani intemelii, al raggiungere della maggiore età, seguivano la tradizione. Nei paesi montani dell’entroterra andavano alla ricerca di un alto larice che veniva sfrondato per esser meglio trasportato ed innalzato nella piazza. Una volta innalzato, il più ardito tra quei giovani vi si arrampicava per tentare di fissarvi sulla punta, con legacci, una cima di larice verzeggiante. Il giovane che fosse riuscito nell’intento, magari aiutato da una squadra a lui votata, sarebbe stato riconosciuto “capo” della congrega dei giovani maggiorenni in quell’anno.2

Si racconta che l’albero sia stato spesso adornato da fiori e nastri di vari colori. È stato anche caricato nella cima con arance, a carattere propiziatorio della fecondazione, o con i frutti della questua dei maggiolanti. Col tempo l’albero fronzuto s’è degradato a nudo palo, quello cui si legano i nastri della danza nella figura del cerchio d’amore, o serve come albero della cuccagna, riprendendo il motivo rituale della competizione, tra coloro che si cimentano per raggiungerne la cima.Nei paesi vicini alla costa, invece, era d’uso un albero d’alloro, che veniva innalzato, oppure soltanto una robusta tràpa (tralcio, frasca), che veniva sospesa con corde nel mezzo della piazza. In alcuni villaggi non si disdegnavano i rami dei pini e delle querce.Il rito era sempre chiamato ciantà mazu e costituiva l’unica sortita notturna giovanile, ancorché promiscua, concessa dalla comunità, con tutte le conseguenze di costume che possiamo immaginare talvolta particolarmente vivaci.3La concessione di “piantare il maggio” - da parte delle associazioni che avevano la prerogativa di organizzare la festa - era un uso che si tramandava ininterrottamente in tutte le comunità della zona intemelia.4Il semplice fatto di scegliere e asportare il maggio dal bosco al paese rinserrava spesso un motivo agonistico, in quanto esso costituiva un atto di coraggio e di audacia compiuto per imporsi all’ammirazione delle ragazze, e offriva ai maggianti l’occasione di superare, nella scelta e nella bellezza dell’albero, la schiera dei giovani che lo avevano piantato l’anno precedente.5DOCUMENTI  E  MEMORIE
 Il documento, ritrovato da Erino Viola nell’Archivio di Stato in Ventimiglia, è determinante per accertare la vivacità del “Mazu” nella nostra città e riesce anche a proporci una certa collocazione sulla qualità della nostra relativa tradizione.Si tratta di una grida del 30 aprile 1608, nella quale il Capitanio Filippo Fiesco, per la “Serenissima Repubblica di Genova della Città di Ventimiglia e sua Giurisdizione:“Ordina e comanda ... che niuno ardisca ne presuma, la prossima notte di Maggio, portare ne far portare in qualsivoglia modo, alberi di pini, abbeti o roveri alla casa di cui si voglia, niuno excluso in compagnia, con arme o senza arme, con bandiere o senza sotto pena di tratti doe di corda per ogn’uno ...”.Da questo si ricava quanto fosse viva la celebrazione del Maggio ancora nel XVII secolo e quanto fosse, al contrario, decisamente repressa dalle autorità civili, per paura dei disordini, in collaborazione con le autorità religiose, le quali cercavano l’eliminazione della contaminazione pagana ancora persistente in quel secolo.Nel “girar maggio”, dopo averlo piantato in piazza, si soleva eseguire una canzoncina tramandata di generazione in generazione.  Nelle consuetudini della Val Verbone si è conservato fino a noi abbastanza integro un motivetto.  Nel maggio 1978, la Cumpagnia Cantante di Ventimiglia ha raccolto in San Biagio della Cima, dalle voci tre volonterose ed attempate canterine, la canzonetta propria del “maggio”.6Questa era eseguita in apertura della festa e accompagnata da altre filastrocche: queste ultime, in origine dovevano essere ben numerose, ma molte di esse, nel corso dei secoli, sono andate dimenticate e disperse definitivamente.Di seguito riportiamo il testo della canzoncina:7U màgiu u l’è ciantàu, giréira, giréira.U màgiu u l’è ciantàu, giréira e gìràu.Chi l’averà ciantàu, giréira, giréira.Chi l’averà ciantàu l’è u figliu d’u ferrà.Fàighe la ciùmba la là.TRADIZIONI LOCALI ATTINENTI AL MAGGIO
 I documenti relativi alla festa di maggio, limitati al nostro territorio, non sono molti, ma le testimonianze ed i particolari di alcune tradizioni derivate dal Maggio ci permettono di confermare tale usanza ancestrale. La pianta d’alloro nelle processioni di San Sebastiano, svolte in gennaio nella valle nervina, con il loro carico di cialde multicolori, trovano una comunanza con il Maggio primaverile.8Possiamo accomunare a questa tradizione il pino mozzato e ricostruito in piazza a Baiardo, nel mese di maggio, per ra Barca.  Ci riferiamo, in particolare, a testimonianze dirette che ci rivelano il rito di portare il maggio alla casa dell’amata nella San Biagio della Cima d’anteguerra.  In questo centro e negli altri della Val Verbone, era usanza delle giovani donne “girare il maggio” dopo che era stato piantato dai ragazzi del paese, intonando, nel loro girotondo, una precisa cantilena tramandata, arricchendola con significativi ritornelli di genere velatamente sessuale.Fare riferimento alla Stacàda de Bregliu come manifestazione recitativa legata al Maggio, anche se priva del simbolico albero, è doveroso. Si tratta di una pantomima coreografica, che si svolge nella cittadina della media Val Roia ogni cinque anni, trovando movimento dalla ribellione allo “jus prime noctis”, impegnando personaggi e situazioni tipiche dei Maggi.Anche la drammatica rievocazione della “Maddalena dei boschi” in Taggia, con la suggestiva “Danza della morte”, ballata da due mimi maschi, uno dei quali in panni o atteggiamenti femminili è da annoverarsi nel filone delle tradizioni maggenche.Non del tutto immune dai “maggi” potrebbe essere la celebrazione del Santo Patrono di Bordighera: Sant’Ampelio, infatti, è festeggiato il 14 del mese.9Lo stesso sir Thomas Hanbury - grande filantropo tanto quanto attento conservatore delle tradizioni nella “sua” Mortola dei primi anni del Novecento – notando che le mutate condizioni economiche e sociali del villaggio tendevano a far cadere in disuso le ricorrenze ed i riti popolari, - volle ripristinare alcune consuetudini concedendo loro maggior mezzi e attenzioni.10LA RIPRESA DEL CIANTÀMAZU

http://books.google.ch/books?id=YPwZAAAAYAAJ&lpg=RA8-PA550&ots=hby_iSHzPF&dq=%22piantare%20il%20maggio%22&hl=it&pg=RA8-PA550#v=onepage&q=%22piantare%20il%20maggio%22&f=false

La Svizzera italiana (1835)

Della Storia e della ragione di ogni poesia 1742

Istoria letteraria d'Italia (1821)

Idea dell'Italia letteraria esposta ( 1723)

L'istoria della volgar poesia (1731)

Comentarj intorno all'istoria della poesia italiana (1803)

Le veglie piacevoli dé bizzarri e giocondi (1816 )

L'osservatore fiorentino (1797)

Majale  Majella ( albero ginestra)da dizionario (1829)

Storia degli antichi popoli italiani

 

 

 

     Monte cucco      

          

E' un'antica tradizione che risale alla notte dei tempi, e "piantare il maggio" è augurio di fertilità.
Si preferisce usare il Pioppo Bianco, detto anche di fiume, o Populus Alba (impropriamente chiamato dalle nostre parti Betulla)
perchè ha un portamento molto diritto e raggiunge altezze anche oltre 30-40 metri. Lo si riconosce perchè la corteccia del tronco, inizialmente liscia e chiara, col tempo, specie nella parte bassa, diviene solcata e si screpola verticalmente sempre più

                                                                                                                           

Ticino

CALENDIMAGGIO 

www.educa.ch/tools/5012/files/maggio_dossier.doc

I festeggiamenti del Calendimaggio (le calende, cioè il primo giorno, di Maggio) sono diffusi in tutta Europa e li ritroviamo, anche se ormai stanno cadendo in disuso, in Ticino. Veri riti primaverili, essi erano incentrati sull’usanza dell’”albero del maggio”, o più semplicemente “maggio”: ramo frondoso, albero intero o palo del tipo “albero della cuccagna”, intorno alquale si eseguivano danze e canti. 
 

Calende di maggio. E’ giorno di festa di precetto per i santi apostoli Giacomo e Filippo: giorno di allegria, perchŽ si sviluppa la primavera: si tengono generalmente comunali assemblee per la nomina del sindaco, de’ municipali, de’ giurati o guarda-campi o guarda foreste, e si adotta regolamenti pel pascolo del bestiame, spesso o quasi sempre, a restrizione del diritto di proprietà. Nel Bellinzonese sussiste piucchŽ altrove l’uso di piantare il maggio, e di intuonar canzoni davanti alle case de’ cittadini o magistrati a cui si vuol esprimere maggior riverenza, o da cui si attende più generosa mancia. Nella notte che precede le calende di maggio costumasi pure in Giubiasco di andar attorno per le case in due o tre a far un po’ di musica e a cantare in rima qualche complimento a que’ della famiglia; e questi danno da bere, e qualche volta han luogo danze villerecce. 

Stefano Franscini, La Svizzera italiana, Lugano, Banca della Svizzera italiana, 1971, p. 276. 

[...] il “maggio” è, secondo una vecchia tradizione, gelosamente e scrupolosamente conservata, un albero piuttosto grosso di castagno, di ontano, di pioppo, o di argentea betulla, grosso, alto, diritto, sramato, liscio, già da vari mesi adocchiato dai giovanoni, che si pianta la sera del trenta aprile sul sagrato della chiesa, sulla piazza principale del viallaggio o davanti alla casa comunale o delle ragazze da marito. [...]

Sotto i colpi precisi, secchi e sonori, I’albero oscilla, tentenna e indi cade [...]. In un baleno lo sramano, lo scortecciano, lo lisciano, lasciando quasi intatta la chioma verdeggiante [...], se lo caricano sulle spalle [...]. Un ragazzo segue il corteo portando allegro la scure e la falce. Due altri recano un fascio di ginestre leneralmente fiorite, un gran mazzo di narcisi e parecchie ghirlande di verde e simbolica edera. Verso le venti fanno l’ingresso trionfale in paese. [...] Tra gli evviva scroscianti e fra un’ala incessante di popolo, accorso anche dalle frazioni vicine, raggiungono il quadrato e piccolo sagrato della chiesa in fondo al villaggio. [...] Intanto le giovanette cantando con belle voci compongono grossi mazzi di fiori di ginestra, di narcisi, di ranuncoli, di tussilago farfaro, di biancospino, di maggiociondolo, intrecciando una superba corona che appendono un metro più basso alla chioma dell’albero, assieme alle ghirlande d’edera, al campanaccio della mucca, alla latta del petrolio (che, secondo i più, con il ramoscello d’ulivo, tengon lontani la grandine e gli uragani devastatori), con la grossa zucca dal collo simbolo e augurio d’abbondanza, con la bandiera rossocrociata [...].

Sollevato da braccia robuste e potenti, fra un vero mare di voci di giubilo, l’albero viene rizzato, piantato, solidamente assicurato con sassi a terra. [...]

Son le giovinette che [...] ornate a festa e con gerla e canestri ricolmi di fiori avvolti da bei nastri, vanno di casa in casa a cantare la maggiolata [...]. ln ogni casa sono attese e vengon ricompensate con denari, dolci e rinfreschi. A giro compiuto fanno l’inventario del bottino che viene diviso in pani uguali dalla decana. Intanto i giovanotti che hanno recato e piantato il “maggio” fanno la ronda attorno all’albero e vigilano attentamente affinchŽ quelli dei paesi circonvicini non abbiano a rapirlo come purtroppo è successo in anni lontani nel tempo ma ancor ben vivi nella mente dei compaesani! 

Plinio Savi, Calendimaggio campagnolo, in “Almanacco per la gioventù della Svizzera italiana”, 1958. 

Per i secoli passati le testimonianze provengono da documenti di natura religiosa e da atti civili, di “polizia”, inerenti a divieti del maggio. In uno sforzo di disciplinare il comportamento popolare, la chiesa controriformistica combatte anche questa pratica. Nella sua sistematicità di interventi e di tentati disciplinamenti, San Carlo Borromeo riprova nel suo quinto sinodo, del 1579, il maggio, visto come fonte di disordini e di contese (trascurandone la funzione coesiva e aggregativa che esso svolgeva per la comunità). [...]

L’adesione popolare all’uso doveva però essere di tale intensità che i divieti controriformistici risultarono - qui come in altri casi - vani. Esso non venne abbandonato e continuò nei secoli successivi tanto che fu saldamente praticato in Lombardia e in Ticino durante l’intero Ottocento e anche nel nostro secolo. Vedi [.. .] per il Ticino, quale esempio, il vigoroso sussistere oggi ancora dell’erezione del maggio nel quartiere della Boffalora a Chiasso. Pa n’usanza che tütt i ann l’è giüst rispetá quand riva l prim da magg, da sira, quand l’è fosch, bögna ná a rubá na pianta dent pal bosch, peró l padrun da l’albur al dev vess cugnussüü pan piöcc sperimentaa, la vigilia del primo maggio, la sera, bisogna andare a rubare una pianta - di regola una betulla o talora un maggiociondolo - nel bosco, però il padrone dell’albero deve essere conosciuto per un avaro patentato: l’albero viene poi eretto in piazza a Boffalora (Chiasso 1972). Uso analogo a Ligornetto. [...] La pratica era poi in vigore ad Astano, Miglieglia, Aranno, Curio, Cimo [...], così come a Bironico e a Isone [...]. All’inizio del nostro secolo l’uso era vivo anche nel Bellinzonese (fino a Moleno) e in val Calanca. A Montecarasso, Robasacco e Moleno il maggio era di regola posto di notte davanti alla casa della fidanzata o di ragazze apprezzate (1976). A Giubiasco i giovanotti nel 1920-1925 piantavano l’albero del maggio e cantavano per la questua raccogliendo non pochi doni (1976) [vedi su questo argomento, più avanti, il brano di Tarilli]. A Brissago sussiste un ricordo dell’uso relativo al secolo scorso.

Si aveva dunque una ripartizione del tipo: Mendrisiotto albero senza canto, Luganese e Bellinzonese albero e canto, Gambarogno e Sant’Antonino solo canto, l’albero essendo stato trasposto dalla piazza in chiesa e funzionalizzato al mese di Maria; Moleno, Robasacco e anche altrove non una pianta unica, bensì diversi rami applicati alle finestre delle ragazze benviste rispettivamente desiderate e fidanzate. L’albero del maggio non risulta invece nella parte montuosa delle valli sopracenerine [...]. A più riprese gli informatori hanno richiamato la nostra attenzione sulla necessità che il maggio venisse rubato: il fatto [...] si spiegherà dalla persuasione folclorica sulla particolare efficacia della cosa rubata e dalla volontà di esibire audacia da parte dei giovani coinvolti.

title

la Ludla
Dalla relazione sulle tradizioni popolari
nel Dipartimento del Rubicone
(Forl“), compilata nel 1811 per disposizione
governativa nel napoleonico
regno d’Italia:
Titolo III – “Nella notte dell’ultimo
giorno di aprile si usa di andare
con suonatori a cantare il Maggio sotto
la finestra dell’innamorata, e si
pongono alle porte della medesima
dei rami d’alberi con fiori dicendo di
piantare il Maggio. Tale uso chiamasi
majolata” […]
Titolo V – Parte montuosa del
Dip[artimen]to. “La venuta del mese

Si fanno fantocci coronati di rami
di alberi, cui le donnicciuole ballano
intorno; si cantano delle canzoni allegre,
che si intitolano “canzo di maggio”,
ed insomma i contadini mostrano
’epoca dell’anno a

biondeggiano”1.

Placucci aggiunse i seguenti particolari:
“Nel primo giorno di Maggio
sogliono mettere al tetto della casa
molti rami di bidollo con le foglie
per preservare, dicono essi, le loro
case dalle formiche; e chiamano la
ossia il majo” 2.
Un’
composti da Spallicci agli inizi dello
scorso secolo e tuttora intonati dai
cori di canterini:
Dop un sonn ch’u n’fneva mai
…]

’piis a te
Che al furmigh a l’n’ˆ d’
3.
Sempre nel 1811 in altri dipartimenti
del Regno d’Italia furono segnalate
le seguenti tradizioni in tema
di “piantare il maggio”.
Lario (Lombardia): “In qualche
parte della Valcuvia ed anche in qualche
altro paese si ha per costume di
piantare il primo giorno di maggio un
lungo palo in segno di allegrezza perchŽ
giunto sia alla fine il mese dei fiori
e la desiata primavera. Una ghirlanda

cima del palo. I giovani contadini gli
vanno ballando all’intorno” 4.
Mella (Lombardia): “Dai giovani si
suole piantar il maggio, e questo uso
consiste nel porre sulla porta delle
loro innamorate una pianticella verde
e farvi festa intorno, cantando e
suonando canzoni e strambotti che alludono
all’amore che le portano alla
speranza di possederle” 5.
Musone (Marche): “Al primo giorno
di maggio si vedono per ogni dove
gli avanzi delle feste floreali. Oltre il
piantar maggi, vale a dire alberi fioriti
avanti le porte delle persone distinte
nel contado, o impegnate nell’amore,
si spargono dei fiori per le vie adiacenti
alla chiesa della parrocchia, e
si fissano croci ricche di fiori al capo
d’ogni quadrivio, dove recasi la processione,
che figura l’antico ambarvale”
6.
Ticino (Svizzera italiana): “Nel
Bellinzonese sussiste piucchŽ altrove
l’uso di piantare il maggio, e di intuonar
canzoni davanti alle case de’
cittadini o magistrati a cui si vuol esprimere
maggior riverenza, o da cui si
” 7.
Valente folklorista ed etnologo,
Paolo Toschi, negli ultimi decenni del
secolo scorso ha posto in rilievo “che
le feste di maggio hanno avuto nei
secoli passati presso le popolazioni
d’Italia, come presso quelle di una vastissima
area europea ed extraeuropea,
un’importanza straordinaria. Cos“ almeno
fino a un secolo fa: poi, mentre
altrove esse hanno conservato gran
parte del loro carattere e della loro

Nella città di Perugia e dintorni, la fine dell’inverno e il conseguente avvento della primavera era salutato con una rappresentazione rituale tipica del mondo contadino dell’Italia centrale, nota con il nome di Sega la Vecchia. Consisteva nell’atto di spezzare, tagliare in due un arbusto che rappresentava appunto la “vecchia”, simbolo della stagione appena conclusa, di tutto ciò che è passato, che è appena finito, al fine di ingraziarsi la stagione entrante. L’evento aveva luogo alla metà esatta della quaresima. Altro momento che scandiva la stagione in corso era infatti la Pasqua, momento centrale nella vita di credenti e laici, accompagnato da piatti e dolci tipici. Fra le manifestazioni di una certa importanza sociale vi era inoltre quella di “Piantare il Maggio”, durante la quale gli uomini di ogni paese, fra canti e balli, tagliavano il pioppo più alto e lo piantavano, fermandosi nei pressi a mangiare e bere. Anche tale tradizione affonda le radici nella cultura contadina rimandando a riti pagani di fertilità e abbondanza.

Dio Belen

Della istoria d'Italia antica e moderna